Storia dell’Accademia
La fondazione
L’origine degli Intronati va collocata in quella fioritura culturale che caratterizzò la Siena del primo Cinquecento, capace di far registrare la presenza di oltre trenta accademie cittadine, fra le quali spiccava l’Accademia Grande, che, secondo una teoria superata, sarebbe stata alle origini degli stessi Intronati.
Fu uno dei fondatori degli Intronati, Antonio Buonaggiunta Vignali detto l’Arsiccio, a dare all’Accademia l’impresa: una zucca per conservare il sale con sopra due pestelli posti in croce con il motto Meliora latent, tratto dalle Metamorfosi di Ovidio (I, v. 502). La zucca da sale, aperta sul davanti, rimandava all’umile frutto che tende all’alto e conserva nel suo interno, preservandolo dall’umidità, il sale, la più necessaria delle sostanze, simbolo di intelligenza e di acume, triturato e raffinato dai pestelli, cioè dall’intelligenza e dallo studio.
Sulla data di nascita del sodalizio molto è stato discusso nel corso degli ultimi secoli, perché i primi statuti fanno riferimento non ad un anno determinato ma ad un periodo intorno al sacco di Roma. La prima aperta attestazione del 1525 come data inaugurale degli Intronati va ricondotta in realtà ad alcuni inediti studiati solo in anni recenti e risalenti al periodo della riapertura dell’Accademia dopo la guerra di Siena, unitamente alla già nota, ma più tarda attestazione di Mino Celsi (1570). L’importanza di queste testimonianze concordi risiede in particolare nel fatto che sono dovute sia ad un accademico di lungo corso come Alessandro Piccolomini, già attivo come Intronato nel 1532, sia a due nuovi ascritti del dopoguerra come Lorenzo Griffoli e Girolamo Bargagli, oltre al Celsi che era entrato in Accademia nel 1543. Inoltre le attestazioni, in anni diversi, sono di ambito sia inter accademico, sia pubblico e ufficiale, sia privato. In sintesi, non c’è contraddizione né fra gli accademici, né fra livelli di comunicazione e quindi appare chiaro che nel periodo della riapertura dell’Accademia posteriore alla guerra era opinione concorde degli Intronati che i propri inizi risalissero al 1525. Questa data è oggi comunemente accettata dalla critica.
L’Accademia assunse questo nome, come spiega il Prologo dei cosiddetti Capitoli antichi (forse del 1532), a significare il desiderio dei fondatori di «fingere di non inte[n]dere et non curarsi di nissuna altra cosa del mondo», ma solo di dedicarsi alle «discipline» e alle «arti liberali e gentili». Nel tempo il significato del nome è stato oggetto di varie altre interpretazioni da parte degli Intronati stessi.
Il sodalizio s’imperniava su «sei precepti universali» intorno ai quali si organizzava il suo governo, quasi un piccolo stato: Deum colere – Studere – Gaudere – Neminem lædere – Nemini credere – De mundo non curare. Come risulta dai suoi ventisette capitoli originari, l’Accademia era presieduta dall’Archintronato, che durava in carica due mesi, ed eleggeva due Consiglieri, i quali in sua assenza lo surrogavano con pieni poteri. Venivano eletti anche un Censore, un Lettore, che doveva «due giorni avanti alle adunanze proporre a ciascun accademico quello che avesse particolarmente a leggere», un Cancelliere, un Tesoriere; sei Onorari, che avevano mansioni di cerimonieri dell´Accademia e, infine, sei «Censori majali», nominati nella seconda domenica di maggio, anniversario (annovale) della fondazione dell´Accademia, «per correggere, polire e ridurre tutte le opere che fossero state composte, a quella delicatezza che fosse possibile».
Travagliata dalla tumultuosa vita politica cittadina, che impose varie interruzioni, e inoperosa durante gli ultimi anni della Repubblica senese, l’Accademia riprese i suoi esercizi nel 1557/58, ma entrò ‘in sonno’ nei primi anni Sessanta, prima ancora che intervenisse nel 1568 l’interdetto di Cosimo I de’ Medici che chiuse tutti i sodalizi senesi. L’Accademia ‘risorse’ il 14 dicembre 1603, allorché il granduca Ferdinando I decise la riapertura delle Accademie cittadine, ma entrò di nuovo ‘in sonno’ intorno al 1612.
La gestione del Teatro

Nel 1654 gli Intronati, ormai prossimi all’estinzione, si unirono ad un’altra accademia senese, quella sviluppatissima dei Filomati, nata anch’essa nel secolo precedente, che di fatto ne acquisì la direzione assumendone il nome. Con questa fusione ai nuovi Intronati venne attribuito il possesso del teatro costruito nella Sala grande del Consiglio nel Palazzo Pubblico di Siena, che il governatore Mattias de´ Medici aveva concesso proprio ai Filomati fin dal 1647, dopo che era stato appannaggio degli Intronati dal 1560. Da allora, per tutto il corso dei secoli XVII e XVIII l’attività dell’Accademia fu rivolta anche alla gestione del teatro, alla messa in scena di opere in musica e in prosa e all’organizzazione delle stagioni teatrali.
Un’attività che comunque non inficiò quell’elaborazione intellettuale sui più svariati temi della letteratura e dell’erudizione che fu portata avanti da accademici intronati illustri come Ludovico Sergardi, Uberto Benvoglienti, erudito collaboratore di Ludovico Antonio Muratori, Girolamo Gigli, Bernardino Perfetti, Giovanni Antonio Pecci. Non va dimenticato, nel contesto di un prestigio che travalicava Siena e l’Italia, che accademico Intronato fu Voltaire.
Dopo una serie di incendi e di conseguenti ricostruzioni, rese possibili dall’intervento finanziario del Granduca di Toscana, il teatro dell’Accademia, detto ‘Teatro Grande’, subì gravissimi danni il 26 maggio del 1798, in seguito a quel terremoto che, di fatto, avrebbe cambiato il volto della città. Gli Intronati ricorsero di nuovo per aiuto al Granduca, ma stavolta Ferdinando III non aderì alle loro richieste e al fine di liberare definitivamente l’erario dal peso, stabilì che qualora gli Intronati non si fossero obbligati alla manutenzione, la proprietà del teatro fosse ceduta ai proprietari dei palchi, o Palchettanti. Il rescritto di Luigi I re d’Etruria del 22 aprile 1802 approvò il passaggio della proprietà del teatro al nuovo corpo accademico dei Rinnovati (nel quale si erano congregati i proprietari de palchi). Una data che segna di fatto la fine dell’Accademia nata nel 1525, la quale fra l’altro era rimasta, a causa del terremoto, senza una sede sicuramente agibile. Nel 1935, di fronte ad impellenti necessità di un ennesimo adeguamento strutturale, i Rinnovati cedettero il teatro al Comune di Siena.
La ripresa dell’Accademia degli Intronati

Quando l’Accademia riprese il suo antico nome, raccolse in sé gli scopi di varie istituzioni culturali sorte dall’inizio del Novecento. Nel 1903, infatti, era stata costituita la Società degli Amici dei Monumenti, poi, nel dicembre 1928, l’Istituto Comunale d’Arte e di Storia, con lo scopo di promuovere lo studio delle belle arti e delle discipline storiche attinenti a Siena, alla sua provincia e all’antico Stato.
Dopo circa otto anni di attività venne trasformato in Accademia per le Lettere e le Arti, ed eretto in ente morale nel 1937, quindi il 27 giugno 1941, autorizzato a riassumere la denominazione di Accademia senese degli Intronati e il 23 febbraio 1942 quella di Reale Accademia degli Intronati.
Nel gennaio 1945, finita la guerra e caduto il fascismo, l’Accademia riprese la sua attività con un nuovo Consiglio Direttivo presieduto da Carlo Ciampolini, all’epoca primo Sindaco di Siena dopo la Liberazione.
Il 22 febbraio 1946 la seduta inaugurale si svolse a Palazzo Comunale, poiché i locali dell’Accademia erano ancora occupati dalle truppe alleate.
Il 10 luglio 1947 con un decreto del Capo Provvisorio dello Stato, De Nicola, veniva approvato il nuovo Statuto dell’Accademia.
Secondo questa carta statutaria l’Accademia (composta di 60 membri ordinari) ha lo scopo di promuovere lo studio della storia, della letteratura e delle arti della città, della provincia e dell’antico Stato senese.
I tabelloni
Con questo termine si indicano tre antiche tavole di diverse dimensioni (due più grandi e una più piccola; XVIII secolo), dipinte a monocromo sullo sfondo di un gran manto reale, con decorazioni allegoriche, che inquadrano nomi e
appellativi degli Accademici (scritti su strisce pendenti dette colonnelli) e i simboli di altre Accademie.
I soprannomi, non scelti dagli ascritti, ma assegnati dall’Accademia, potevano essere elogiativi o pungenti, come si rileva da questa sintetica scelta: Francesco Bandini arcivescovo di Siena, lo Scaltrito, Antonio Vignali, l’Arsiccio, Alessandro Piccolomini, lo Stordito, Achille d’Elci, l’Affumicato, Giulio Vieri, lo Svagolato, Adriano Fondi, il Piluccone, Girolamo Gigli. l’Economico, Pandolfo Spannocchi, l’Albagioso, Alessandro Sozzini, il Cavilloso, Ippolito Petrucci, l’Imbrunito, Fabio Chigi papa Alessandro VII, il Guardingo, Francesco Chigi, il Disadatto, Pirro Maria Gabbrielli, l’Indovino, Lelio Piccolomini, lo Schizzinoso, Giulio del Taia, il Linguacciuto. Nei Tabelloni compaiono anche nomi di donne ammesse all’Accademia: in primo luogo, fin dal 1559, la poetessa Laura Battiferri, l’Aggraziata, poi, a partire dal 1690, con Elena Cornaro Piscopia, la Scompagnata, considerata la prima donna laureata al mondo, altre nove. Il più grande contiene 1.005 nomi, il secondo 141 e il terzo 723, per un totale di 1869.
I tre Tabelloni si trovano nelle sale contigue all’attuale sede dell’Accademia, utilizzate come uffici, ed è previsto un loro restauro per recuperare le parti danneggiate e garantire una migliore conservazione.


